La bici come reazione alla malattia

16.09.2016

Reazione, ecco. Quante volte ho sentito dire: ad ogni azione corrisponde una reazione. Per me l’azione è l’intrusione del Parkinson nella mia vita, mentre la reazione è ciò che faccio per combatterlo. Datemi cinque minuti del vostro tempo e vi racconterò il mio modo di reagire. Nel 2001 mi sono avvicinato alla mountain bike, uno sport fatto di sacrifici, diete, allenamenti, ma anche di amicizie e divertimento. Nel 2009 la diagnosi, affrontata con leggerezza e ottimismo. In fondo dopo un anno di esami negativi sapevo finalmente con chi avrei avuto a che fare. La decisione di smettere di correre la presi nel 2012, nonostante il mio immutato impegno agonistico il mio ritmo calò drasticamente. Continuai a pedalare, per salute, per piacere e forse anche un po’ per abitudine. Ma quando nasci con l’istinto agonistico poco importa del risultato ottenuto, l’importante è correre. Me la cavavo meglio con le auto da rally, per me correre è vivere. Nelle gare in bici capita di essere fianco a fianco del rivale/amico, quello con cui vai fuori a cena; durante una competizione però impari ad ascoltarne il respiro, affrontando una salita, e decidendo se è il momento di attaccare o lasciarlo fare. Quel giorno potrebbe essere più in forma di te.

Senza un obiettivo agonistico però, ogni scusa era buona per non pedalare. Così quest’anno ho deciso di tornare a correre. Una gara sola però, l’unica che ha ritmi tali da potermi ancora permettere, una ventiquattro ore di MTB in solitaria, la 24h della Valrendena. Il via alle 12 del sabato e fine gara alle 12 della domenica: la gestione è personale. Ho un fisico adatto alle prove sulla distanza ed esperienza in gare di questo tipo. Ora avevo un obiettivo, fondamentale per trovare lo stimolo ad allenarmi anche quando d’inverno la temperatura va sotto lo zero. Un parkinsoniano che partecipa ad una 24h in bici non è usuale e così, per far parlare di questa malattia, mi viene l’idea di una maglietta con tanto di scritte che hanno come tema il Parkinson. Grazie all’idea di un’amica stampiamo sulla mia divisa i nomi di 42 persone, parkinsoniani come me, che mi sosterranno durante tutta la manifestazione.

Il giorno tanto atteso arriva, inizio a preparare tutto con calma: bici, abbigliamento, borracce e in un attimo il campanile batte le 12, si parte. Inizio a percorrere un giro dopo l’altro gestendomi, facendo attenzione agli orari che mi sono prefissato per l’assunzione di cibo e bevande. Le prime 7 ore scorrono via veloci con piccole pause alternate a giri regolari, ma di lì a poco mi concedo una sosta più lunga che mi consente di cenare e di prepararmi per la notte. Intorno alle 23 mi fermo, sono stanco, provo a mangiare qualcosa ma il mio fisico mi impone una sosta. Alle 3 apro gli occhi e mi sento come nuovo, un po’ di crostata e si ricomincia. Guardare il cielo e vedere che inizia un nuovo giorno ha qualcosa di magico, hai la netta sensazione che le difficoltà di questa avventura siano ormai alle spalle. La notte ha il suo fascino, la manifestazione si addormenta e unico segno di vita sono le luci delle bici che fendono il buio del percorso, incessantemente. Quando ricominci il giro non puoi fare a meno di guardare l’ora ufficiale che ti indica quanto manca alla fine. Il display mi dice che ho percorso 160 km e sto per affrontare il giro più bello, quello dell’alba.

Fra giri e pause sono in bici da 17 ore. Alle 7 mi concedo un piatto di pasta olio e parmigiano: durante le 24h è sempre disponibile. Per una difficoltà che va, la notte, una viene, la pioggia. In un attimo trasforma il percorso che diventa fangoso e di conseguenza scivoloso. Ma nonostante sia intorno ai 200 km percorsi sto bene e giro senza sosta fino alle 9.25, quando mi fermo per sostituire una ruota a terra, risultato di una caduta senza conseguenze. Sono 225 i km da me percorsi quando l’organizzazione, viste le condizioni meteo, decide di anticipare la fine della manifestazione alle 10.

Una doccia calda lava via fango, fatica e freddo. Rimarrà nella mia mente un’altra avventura bellissima, fatta di tanti ricordi da raccontare ad un nipote, se mai ne avrò uno. Di quando il nonno con la sua bici sfidava il Parkinson, sostenuto e accompagnato da 42 persone e una maglietta in comune.
Ah, non mi sono ancora presentato, meglio tardi che mai, sono Claudio Terribile.
Alla prossima avventura ciclistica, se vi va.



Claudio Terribile
(foto: 24h di Finale Ligure)