Graham Watson, il ciclo-fotografo

02.02.2017

Nelle corse ciclistiche ci sono diverse figure importantissime di cui nemmeno ci accorgiamo, che quasi non vediamo in gara. Una di queste sono i fotografi, personaggi sovraccarichi in equilibrio su motociclette davanti al gruppo, che grazie al loro lavoro ci permettono di vedere il ciclismo stesso con occhi diversi, e di amarlo ancora di più.

Graham Watson è uno dei decani tra i fotografi del ciclismo mondiale. Per quasi 40 anni ha seguito gare in tutti i continenti, immortalando imprese e cadute, campioni e gregari, premiazioni e lacrime. Ha fatto parte della carovana delle più grandi corse a tappe, delle classiche, delle Olimpiadi e dei mondiali, con la capacità unica di cogliere i momenti chiave della corsa o i particolari del paesaggio circostante e dei personaggi del ciclismo. Nel corso di questi decenni ha pubblicato oltre 20 libri fotografici e fornito i suoi scatti a mostre sul ciclismo in Inghilterra, Irlanda, Australia, Stati Uniti e Francia.

Oggi, dopo una carriera ricca di soddisfazioni, per lui ma soprattutto per noi che abbiamo avuto modo di studiarne il lavoro, Graham Watson ha deciso di "appendere la macchina fotografica al chiodo". Con un lungo articolo sul proprio sito, Graham ha annunciato di essere arrivato a fine strada, al momento di andare felicemente in pensione. Ne riportiamo alcuni passaggi, perchè le sue parole sono una dichiarazione d'amore per questo sport e per questo mestiere. A Graham Watson, e a tutti i grandi fotografi del ciclismo, va il ringraziamento di tutti noi appassionati.

"Non sono più un fotografo del ciclismo. Se vorrete, da ora in poi potrete definirmi un ex-fotografo. Sì, dopo quasi 45 anni di carriera, di cui 38 nel ciclismo, vado in pensione - la mia ultima corsa è stata il Tour Down Under. Ho compiuto 60 anni lo scorso marzo, e ci stavo ormai pensando da qualche anno. Ho sempre pensato che avrei smesso a 60 anni, ancora in forma per scoprire altre cose nella vita, o saltare sulla mia bici e magari affrontare alcune delle tante montagne che ho sempre fotografato. Non è stata una decisione facile ma ora sono qui, seduto sul mio terrazzo in Nuova Zelanda, con un bicchiere di vino bianco locale, del tutto soddisfatto della mia vita.

A questa soddisfazione non sarei arrivato se non avessi potuto godere di una carriera che mi ha dato così tanto. Dal momento in cui ho scattato un fortunato ritratto di Eddy Merckx sugli Champs-Élysées nel 1977 sino all'ultimo attacco di Richie Porte al Tour Down Under, la mia carriera è stata una lunga, ininterrotta, divertente, indimenticabile, emozionante e soddisfacente avventura. Fate dei nomi di corridori: probabilmente avrò seguito tutta la loro carriera. Bernard Hinault, Laurent Fignon, Greg Lemond, Stephen Roche, Eric Vanderaerden, Pedro Delgado, Robert Millar, Sean Kelly, Phil Anderson, Andy Hampsten, Mario Cipollini, Miguel Indurain, Tony Rominger, Bjarne Riis, Laurent jalabert, Jan Ullrich, Chris Boardman, Erik Zabel, Marco Pantani, Stuart O’Grady, Johan Museeuw, Lance Armstrong, Paolo Bettini, Robbie McEwen, David Millar, Tom Boonen, Fabian Cancellara, Cadel Evans, Philippe Gilbert, Mark Cavendish, Alberto Contador, Bradley Wiggins, Alejandro Valverde, Vincenzo Nibali e Chris Froome – è una ricca dinastia di campioni che ho fotografato tra migliaia di esseri umani.

Chi è stato il mio preferito? Rispondo Sean Kelly, fonte costante di grandi scatti quando ero giovane. E poi Indurain, davanti a Fignon, Ullrich, Armstrong, Delgado e Wiggins. Sì, Wiggins, se avessi 21 anni oggi sarebbe il mio preferito - il più enigmatico di tutti, ma un gran vincente, indubbiamente il più talentuoso ciclista che abbia mai fotografato. E altrettanti campioni ho seguito in pista e tra le donne.

Ora, la grande domanda: mi mancherà questo fantastico, folle e magnifico sport? Sicuramente sì, benchè ancora non saprei dire cosa mi mancherà di più. Mi mancheranno le gare, ma non tutte. Mi mancheranno le grandi classiche, ma soprattutto le corse a tappe, in particolare Parigi-Nizza, Giro, Vuelta, Romandia e Svizzera. Non mi mancherà il Tour, come potreste invece pensare: è diventato un colosso claustrofobico che non riesce più ad essere divertente come vorrei. Più delle gare, però, mi mancherà il divertimento del pianificare il viaggio, le continue avventure, la ricerca di un buon pasto e del buon vino, la familiarità delle serate trascorso con autisti e motociclisti, le prese in giro dei colleghi quando ci si trova sotto la pioggia senza avere con sè nulla per coprirsi. Ho seguito i campioni più grandi ma esco senza sapere dove arriveranno Esteban Chaves, Caleb Ewan o Fabio Aru, o quale dei fratelli Yates farà meglio. Sarà Dan McLay il prossimo Cavendish, riuscirà Boonen a vince il quarto Fiandre o la quinta Roubaix? Può Ian Stannard rovinare il sogno di Boonen a Roubaix? Sarà meglio che esca a comprare una buona tv...

Non posso andarmene senza ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato in tutti questi anni: giornalisti, riviste, sponsor, editori... provenienti da Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Italia, Francia, Germania, Giappone, Australia e America. Gli organizzatori delle gare che hanno accolto questo strambo fotografo inglese in un mondo che quattro decadi fa era esclusivamente europeo - in particolare Jean-Marie Leblanc, e l'UCI, che nel 1998 mi ha nominato suo primo fotografo ufficiale. Grazie a tutti i motociclisti che mi hanno portato nelle condizioni migliori e più sicure vicino ai ciclisti. Sono stato trasportato da un macellaio fiammingo, un parrucchiere spagnolo, un doganiere italiano, un tassista francese, un detective australiano, un allevatore di asini basco, un vero "chip" californiano, e tanti altri, fino agli ultimi che hanno sopportato questo vecchio 60enne. Ma niente di tutto questo sarebbe stato possibile se i ciclisti non avessero fatto quello che hanno fatto e reso il mio lavoro molto più piacevole e indimenticabile. Sentirò davvero la mancanza di tutti".