7 conclusioni da Bieles 2017

30.01.2017

Il mondiale di ciclocross in Lussemburgo è stato davvero entusiasmante. Tra ghiaccio, neve e un bagno di folla si sono disputati due giorni di gare ad altissimo livello, sicuramente le più tecniche e coinvolgenti della stagione. Abbiamo provato a sintetizzare la rassegna iridata (e ciò che l'ha circondata) in poche conclusioni, per avviare una riflessione verso la fine della stagione ormai imminente.


1) I materiali contano

Un mondiale corso in una cava ghiacciata, tra fango e lastre scivolosi, rocce sporgenti e discese velocissime, era qualcosa di difficilissimo da intrepretare nella scelta dei materiali (come spiegato persino dall'UCI alla vigilia). E nemmeno le gare del mattino hanno aiutato granchè, con un fondo che si è deteriorato sempre più con il susseguirsi delle prove e l'aumento delle temperature che ha sciolto la neve e scongelato gli strati superficiali del ghiaccio. Il risultato è stato assistere ad una varietà di letture differenti, che nel caso di Wout Van Aert si sono rivelate decisive. Si può dire che la seconda maglia iridata del belga vada divisa a metà con il suo staff tecnico (Niels Albert in primis), perchè se è vero che il campione di Herentals ci ha messo le gambe e la grinta, fondamentale è stata la scelta dei tubolari operata nel pre-gara. Brutti e verdi, ideati 15 anni fa ma efficacissimi (con buona pace di chi insegue sempre gli ultimi modelli). Con le pressioni necessariamente basse per conservare stabilità nei punti ancora ghiacciati, la corsa è stata un fiorire di forature e cambi di bici: ben otto per Gianni Vermeersch, sei per Laurens Sweeck e Lars van der Haar, quattro per Van der Poel... e una sola per Van Aert, perdipiù subito prima dell'area tecnica. Il risultato è stata una partenza lenta, una rimonta tenace e un volo solitario per il belga, con Van der Poel appiedato dalla foratura decisiva e incapace di reagire mentalmente alla batosta.


2) Chi non si arrende la spunta

Negli ultimi cinque anni, Sanne Cant era salita per ben tre volte sul podio mondiale, ma le era sempre mancata la forza o la fortuna per arrivare al gradino più alto. Sanne Cant però è una che non si arrende, e anche al termine di una stagione estenuante come questa che l'ha vista mietere successi su tutti i terreni, con le vittorie di Superprestige e DVV Trofee ormai nel mirino, si è presentata al mondiale come ad una sfida contro il destino. Destino che nel ciclismo femminile di quest'epoca ha un nome e un cognome: Marianne Vos. La fenomenale olandese partiva con tutti i favori del pronostico a Bieles, e sembrava in effetti destinata ad indossare la sua ottava maglia iridata, se non fosse stato per un salto di catena proprio all'ultimo giro. Sanne Cant, che anche vedendosi battuta non aveva mai smesso di stringere i denti, ha scoperto grazie alla tenacia una riserva di energia inattesa, sufficiente per mettere alla frusta Marianne Vos sulle ultime contropendenze e anticiparla con una lunghissima volata. La forza di chi non si arrende mai, anche davanti a una sconfitta segnata, che d'improvviso si può tramutare in un attesissimo trionfo.


3) Il futuro è olandese. Forse.

Joris Nieuwenhuis ha dominato il mondiale maschile under23 con una superiorità schiacciante. Si potrebbe cercare nella débâcle dei suoi avversari la spiegazione di cotanta differenza, ma sarebbe come guardare nella direzione sbagliata. Basta scorrere i tempi sul giro del ventenne olandese per accorgersi del valore assoluto della sua performance: Nieuwenhuis ha completato la prima e più veloce tornata in 7'31", solo un secondo in più rispetto al giro migliore di Van Aert. Nieuwenhuis è un talento cristallino, con ancora ampi margini di crescita e un buon rendimento anche su strada: il prossimo anno resterà tra gli under23, in maglia iridata. Meno schiacciante ma altrettanto chiara è stata la vittoria di Annemarie Worst tra le under23, atleta che già abitualmente riesce a correre da protagonista tra le élite. Due giovani olandesi volanti che già fanno tremare rivali ben più esperti. I Paesi Bassi chiudono il mondiale comunque in testa al medagliere, protagonisti in tutte le prove tranne tra gli juniores. Il gap con i rivali belgi sembrerebbe colmato, ma quei due argenti nelle prove élite pesano, e per il futuro sembrano aprirsi orizzonti nuovi...


4) Sta arrivando il ciclocross spagnolo

L'ultima medaglia mondiale conquistata da uno spagnolo risaliva addirittura al 1996 con l'argento di Gaizka Lejarreta tra gli juniores, stessa categoria in cui gli iberici avevano agguantato le uniche altre due medaglie nella storia. Questa volta però, pesa di più. Felipe Orts ha tagliato il traguardo della prova under23 a Bieles 1'23" dopo Nieuwenhuis, con ancora le forze per esibirsi in un'impennata con una mano sola. E' stato il culmine di una rimonta da applausi, ma soprattutto è una porta spalancata su un movimento vivace e in crescita costante. Il ciclocross spagnolo è relegato ai margini dello scenario internazionale, la Coppa del Mondo non passa più da Igorre dal 2011, ma proprio lontano dai clamori si è sviluppata una realtà solida e ormai vivace. Si vanno costituendo team strutturati, che guardano direttamente al Belgio per seguirne l'esempio, aumentano costantemente i partecipanti alle gare, e cominciano ad affacciarsi nuovi talenti. Felipe Orts è il testimonial di questa realtà, non ancora emergente, ma pronta ad irrompere sulla scena internazionale. E per un ciclocross che soffre da tempo di un cronico Belgio-centrismo, questa può diventare un'enorme opportunità.


5) Nel nome di Charly

Se la Spagna è il contesto in cui un movimento del ciclocross pare pronto ad emergere, il Regno Unito è invece già salito sui primi gradini di questa scalinata in salita. Forte di una lunga tradizione e di successi anche recenti in campo femminile, il ciclocross d'oltremanica torna da Bieles con quattro medaglie, di cui tre ottenute in una prova sola. L'en-plein realizzato dagli juniores britannici è un risultato che si vede di rado, ma poggia sulle solidissime fondamenta di British Cycling, la federazione dei miracoli del ciclismo moderno, forte di una progettualità cominciata ben prima che il neo-iridato Tom Pidcock fosse anche solo nato. Gli stessi progetti di crescita che coinvolgevano Charlie Craig, giovanissimo talento britannico morto a soli 15 anni una settimana prima della rassegna iridata. E proprio il lutto sul braccio dei corridori inglesi ha fornito la motivazione in più, in una corsa trionfale.


6) L'Italia attende paziente

Dietro a movimenti che crescono, ce ne sono altri che attendono, a partire dall'Italia. La spedizione azzurra a Bieles non ha raccolto successi: il piazzamento migliore è il sesto posto di Eva Lechner tra le donne élite, mentre Gioele Bertolini ha visto la sua rincorsa al podio vanificata da una foratura nel momento più inopportuno e soprattutto dal freddo alle mani ("A due giri dalla fine mi sono congelato del tutto", ha dichiarato). Il bilancio è probabilmente quello che si attendeva, e lascia buone speranze per il futuro di un movimento di giovanissimi: Bertolini passerà élite l'anno prossimo, Alice Arzuffi e Chiara Teocchi - già protagoniste lungo la stagione - hanno 22 e 21 anni. I margini per tornare sul podio ci sono eccome, sarà però necessario inseguire quei piccoli miglioramenti necessari senza fermarsi ad attendere. Il salto di Bertolini sarà durissimo, si troverà di fronte una concorrenza ben più agguerrita e dovrà abituarsi alle sconfitte ma soprattutto all'ambiente più competitivo: la sua casa, come per tutti gli altri talenti emergenti, dovrà essere il Belgio per 3 mesi all'anno, perchè si impara molto di più da un 20esimo posto dietro ai big in un Superprestige che da una vittoria schiacciante al caldo nelle corse italiane. Se questa spedizione in Lussemburgo si dimostrerà solo un passo verso l'obiettivo, allora sarà da guardare con positività, ma bisognerà fare molta attenzione al rischio di "accontentarsi" di quanto raggiunto.



7) I confini si allargano

Il mondo del ciclocross arriva al termine della prima stagione dopo l'era-Nys con un timido ottimismo. Si temeva che l'addio del Cannibale di Baal potesse portare a un calo di interesse e spettatori, invece gli oltre 20'000 spettatori di Bieles indicano altro. E se è vero che in Belgio il calo c'è stato ed è percepibile, oggi il ciclocross può guardare con convinzione al mondo intero. Lo dimostrano i nuovi movimenti emergenti, e lo ribadisce proprio dal Lussemburgo l'Unione Ciclistica Internazionale. All'abituale meeting prima del weekend iridato è stato annunciato infatti il calendario internazionale per il 2017, che coinvolgerà ben diciannove paesi e quattro continenti diversi. La prossima Coppa del Mondo comincerà ancora dagli USA, ma al posto di Las Vegas sarà Iowa City a dare lo "start", prima di raddoppiare con l'inedita prova di Waterloo (Iowa); il Belgio ospiterà i classici Koksijde, Namur e Zolder, pietre miliari della challenge come l'olandese Hoogerheide. Di mezzo si tornerà in Germania (Zeven) e in Francia (Nommay), e si andrà per la prima volta in Danimarca, a Bogense, a provare il percorso che nel 2019 ospiterà i mondiali. Un calendario più ampio per un movimento che cresce.




Tutti i podi di Bieles 2017

Uomini junior
1. Thomas Pidcock (Regno Unito) in 41'24"
2. Dan Tulett (Regno Unito) a 38"
3. Ben Turner (Regno Unito) a 44"

Donne under23
1. Annemarie Worst (Paesi Bassi) in 43'47"
2. Ellen Noble (Stati Uniti) a 10"
3. Evie Richards (Regno Unito) a 26"

Donne élite
1. Sanne Cant (Belgio) in 43'06"
2. Marianne Vos (Paesi Bassi) a 01"
3. Katerina Nash (Repubblica Ceca) a 21"

Uomini under23
1. Joris Nieuwenhuis (Paesi Bassi) in 53'58"
2. Felipe Orts (Spagna) a 01'23"
3. Sieben Wouters (Paesi Bassi) a 01'29"

Uomini élite
1. Wout van Aert (Belgio) in 01h02'08"
2. Mathieu van der Poel (Paesi Bassi) a 44"
3. Kevin Pauwels (Belgio) a 02'09"




Filippo Cauz
[foto ©UCI/Hamvas]