Sommeiller: in MTB verso il Paradiso

04.10.2017

In bici da corsa avevo già respirato l'aria rarefatta delle alte vette. Stelvio, Gavia, Nivolet, Colle dell'Agnello. Tutti valichi asfaltati, sopra i 2600 metri di quota, conosciuti e ricchi di storia (non solo ciclistica). Pedalati (e sofferti) diverse volte, sempre con tanto divertimento. Ma dopo la (mia) tardiva scoperta della mountain bike, mi mancava una montagna da affrontare in stile offroad. La scelta è caduta sul colle del Sommeiller, al confine tra Italia e Francia, nelle alpi Cozie, sopra Bardonecchia. Due i motivi principali: il fascino intrigante di un valico clandestino a quota 3003 metri ed il percorso di andata e ritorno sullo stesso sentiero, senza il rischio di perdere la... retta via.

In compagnia del mio giovane amico di pedale Piero Grandini (un mago a risolvere i problemi meccanici) abbiamo iniziato così la nostra piccola avventura in MTB approfittando di un weekend di fine estate. Da Bardonecchia, a quota 1200 metri, iniziamo a pedalare subito in salita, sulla SP235 e poi sulla strada che porta al piccolo borgo di Rochemolles, verso il quale si procede nel bosco e si sale tra stretti tornanti e pendenze toste, attorno al 10-15%. Dopo le quattro case di Rochemolles, a quota 1620, l'asfalto finisce e comincia lo sterrato: largo, ben tenuto, con pendenze non troppo accentuate, attorno al 4-5%. Per una decina di chilometri, attraversiamo il classico e rassicurante panorama alpino: lo specchio d'acqua blu del piccolo lago artificiale, la fine dei boschi, l'inizio dei pratoni verdi dove pascolano greggi di pecore e bovini, i primi sibili delle marmotte.

Arrivati all'altezza del rifugio Scarfiotti, a quota 2165, eccoci nella Grange du fond: laghetti e cascate, torrenti che rombano nel silenzio con tutta la loro forza, sullo sfondo immense pareti rocciose dalle sfumature verdognole, a picco su una radura di dimensioni raccolte. Uno spettacolo entusiasmante... da paura. Dal gabbiotto che controlla il passaggio dei mezzi motorizzati sento una voce: "Adesso è dura, fino in cima!". E aveva proprio ragione. Il sentiero si inerpica bruscamente sul pendio con secchi tornantini dal fondo mosso ed insidioso. Buche, avvallamenti e grosse pietre costringono a cercare la traiettoria migliore, dove mettere le ruote grasse, in precario equilibrio. Spingiamo a tutta, velocità di crociera di 4-5 km/h, cercando di respirare con calma per non andare in crisi, ma adesso ossigeno e fiato scarseggiano. Arranchiamo molto lentamente, a testa bassa, tirando anche con le braccia, in un ambiente diventato brullo e arido. Incrociamo anche altri bikers, sperduti e stanchi, come noi. Il vento teso alza la polvere; tra rocce e pietraie infinite, intuisco la lunga linea a zig zag del sentiero, cercando con lo sguardo la fine. E' una strettissima mulattiera di sassi che (finalmente) termina in un pianoro brullo, ventoso e vuoto, con due vistose chiazze di neve. Il confine di stato è segnato soltanto da una staccionata in legno. Tra terra e cielo, sole, freddo e... silenzio. Siamo stanchi e tremanti, ma felici.

Una gran faticaccia. La natura non fa mai sconti, ma che bellezza, ragazzi! Qualche volta, anche la classe operaia del pedale va in paradiso. Affascinante, intrigante ed impegnativo; partendo da Bardonecchia il percorso è breve (55 chilometri) ma con un dislivello superiore a 1800 metri. Il consiglio è di avventurarsi tra queste magnifiche e severe montagne soltanto se le condizioni meteorologiche e la forma fisica sono favorevoli. Il sentiero dopo il rifugio Scarfiotti è (purtroppo) aperto a pagamento (tranne il giovedi) anche ai mezzi motorizzati che, se incrociati nella parte finale della pietraia, possono creare qualche problema al cicloturista.

La salita al colle è lunga 26 chilometri, con passaggi tecnici non particolarmente difficili, ma molto impegnativa; pendenza media del 6.5%, quasi completamente sterrata, con punte anche sopra il 15-18%. La discesa richiede calma e pazienza, ma il gioco (duro) vale senza dubbio la candela! Uno spettacolo di alta montagna che lascia senza fiato; nel nostro caso, è proprio il caso di dirlo. Il colle è dedicato all'ingegnere capo tedesco che progettò il traforo ferroviario del Frejus. La strada fu aperta nel 62 per gli amanti dello sci estivo e chiusa nel 1980 per il progressivo ritiro del ghiacciaio ed è ritornata al suo stato primitivo di sentiero di alta montagna.


testo e foto di Graziano Majavacchi