Tour: il regno di Chris IV

24.07.2017

Che Chris Froome avrebbe vinto la 104esima edizione del Tour de France era abbastanza prevedibile. Che lo facesse in questo modo, forse, un po' meno. Non è stato un bel Tour. O meglio, non c'è stata quell'incertezza che ad esempio ci aveva regalato il Giro quest'anno. Il capitano della corazzata Sky ha messo in fila Rigoberto Urán e Romain Bardet, di fatto, grazie alle due cronometro di Düsseldorf e Marsiglia, pur nell'edizione della Grande Boucle con il minor numero di chilometri contro il tempo di sempre. Eppure tanto è bastato. In una delle sue analisi il nostro CT Davide Cassani auspicava di vedere, magari già dall'anno prossimo, un Tour senza cronometro, o al massimo con un cronoprologo di 7/8 chilometri. Impossibile. Purtroppo.

Qui si potrebbe aprire un dibattito infinito. Proviamo a semplificare. Da un lato condivido la tesi di chi asserisce che un corridore completo debba tenere su tutti i terreni e proprio nel giusto mix fra crono e salita riesca poi a dimostrarsi il più forte. Tom Dumoulin, in questo senso, è stato un limpidissimo esempio al Giro100 ed è riuscito ad attirarsi consensi e simpatie per il suo modo di dare spettacolo anche sulle montagne. Dall'altro lato, però, abbiamo Chris Froome. Che qualche lampo ce lo aveva regalato nei suoi tre successo precedenti (2013, 2015 e 2016) ma tutto si può dire tranne che sia un trascinatore delle folle e un campione di eleganza. In questo senso la provocazione di Cassani ottiene tutta la mia stima. E probabilmente, dovessimo fare un sondaggio, la maggioranza voterebbe per gustarsi i tre grandi giri, almeno per una volta, senza le cronometro. Garantito che tornerebbe la bagarre e un briciolo in più di spregiudicatezza e coraggio nell'affrontare i tapponi con le salite che contano e fanno selezione.

Detto questo, Chris Froome è il prototipo del campione moderno. La sua tattica e la sua gestione della corsa sulle tre settimane risulta impeccabile e superiore a chiunque altro. Corroborata, inoltre, da un team senza eguali e che probabilmente, vista la condizione, avrebbe potuto anche sganciare un magnifico Mikel Landa a lottare per la maglia gialla finale. Froome non è scarso in salita, ma senza i secondi accumulati a crono avrebbe dovuto osare qualcosa anche lui. Invece è stato un Tour vinto grazie alla gestione e al controllo, peraltro contro avversari che non sono riusciti a graffiare più di tanto, pur facendo il massimo. Urán ha realizzato un piccolo capolavoro rispondendo a chi fosse mezzo finito, Bardet ha mostrato generosità, Fabio Aru ci ha infiammato ma, complice la bronchite, non ha potuto lottare a dovere nella terza settimana, Landa è stato limitato da ordini di scuderia e Richie Porte ha abbandonato la scena prematuramente.

Chi poteva accendere le polveri sui tornanti dei Pirenei o delle Alpi erano Alberto Contador e Nairo Quintana. El Pistolero, ancora amatissimo e almeno in grado di buttare il cuore oltre l'ostacolo dopo aver perso il treno coi primi della generale, ha dimostrato di essere sul viale del tramonto ma di avere comunque classe immutata; il colombiano, che doveva fare fuoco e fiamme in questo 2017 puntando all'accoppiata Giro-Tour, ha invece confermato che è un proposito, col ciclismo di oggi, quasi impossibile. Il problema di Nairo è che è stato un corridore mediocre al Giro (Blockhaus a parte) e un fantasma al Tour. E chi ha la stoffa del campione non si può concedere una figura del genere.

Insomma, Chris IV non ha dovuto faticare poi più di tanto per entrare nel mito di questo sport e, soprattutto, del Tour de France. Nel 2018 cercherà di arrivare alla cinquina per raggiungere i fenomeni Eddy Merckx, Jacques Anquetil, Bernard Hinault e Miguel Indurain. Nella speranza che qualcuno possa rendergli la vita un po' più dura. Magari con ancora qualche chilometro in meno a cronometro...



Luca Gregorio
(foto via A.S.O.)